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"Un popolo che non ha la dignità, il coraggio e l'onore di ribellarsi, non ha il diritto di lamentarsi."
(A.F.)

"I colori sono parole che non sanno scrivere."
(A.F.)

"Il grande problema della comunicazione è che non si ascolta per capire, ma per rispondere."
(A.F.)

"Non si scende all'Inferno con le pantofole di velluto."
(A.F.)

"La maggior parte delle persone non vuole conoscere la verità ma vuole soltanto essere continuamente rassicurata che quello che già crede, sia vero."
(A.F.)
 

"Quando si ha qualcosa da dire non bisogna tacere. Ma quando non si ha niente da dire è inutile parlare. E farlo sarebbe ridicolo."
(A.F.)
 

"L'ironia è l'ipotenusa del lato intelligente di una persona. Di base, ce l'ha solo chi è all'altezza."
(A.F.)
 

"La storia sarà un'inutile maestra di vita, se continuerà ad avere davanti a sè allievi distratti e disinformati."
(A.F.)

"Il giusto, altro non è che l'utile del più forte"
(Trasimaco) 

"Il cuore ha ragioni che la ragione non può comprendere"
(Pascal)

"Ho capito che puoi avere gli ideali più nobili del mondo, ma alla fine quello che resta sono i vecchi giochi cinici del potere, il sapore del sangue, il gusto della vittoria, l'umiliazione della sconfitta.
Ho capito che, al mondo, nessuno è innocente."
(Enzo Baldoni)

"La mia salvezza è che non capisco bene cosa mi succede intorno, e passo attraverso la vita come un nottambulo sul cornicione, senza farmi male."
(Jacopo Fo)
 



 


 

Maquilas
13 luglio 2011

Credo fosse l’alba di un lunedì caldo quella che mi si infilò sotto le palpebre ormai chiuse da troppe ore di volo verso il Centro-America. Quei primi raggi di sole scivolavano sull’acqua per andare a infrangersi sulle poche dispettose increspature che facevano impennare la luce fino a raggiungere le nuvole con colorate scintille. E’ un’alba di un lunedì caldo che aiuta a lasciare dietro le spalle eco di tante parole che cambiano le promesse in auspici, che sparano fatalità su un soldato italiano, che raccontano di una piccola Beslan vissuta nelle nostre città, che vomitano diti medi sul tricolore, che piangono un sistema che si fonda su firme false, che timbrano la dignità di una vita come fosse carta bollata, che indolenti allontanano una bambina dal calore della propria casa. Parole che forse oggi, giorno in cui scrivo, possono essere già dimenticate ma che vigliaccamente mi spingono verso una terra, ferma sull’altra sponda del mondo. In mezzo un oceano, tante parole come correnti ascensionali, e una storia che Isabela ha promesso di raccontarmi non appena l’avessi raggiunta. Nessun accenno; solo l’urgenza di vedermi. “Va bene” -le ho detto dall’altra parte del telefono- “il tempo di fare i bagagli, prenotare un aereo per il Messico, e arrivo”. Chiudendo la comunicazione, sapevo di non averle detto tutto: quando viaggio porto sempre con me un regalo, anche piccolo; ma non parto mai a mani vuote. So che Isabela ha un bambino di 6 anni, tifoso della Juventus, pazzo per Del Piero; così mi rivolgo ad un amico che con due-telefonate-due, nel giro di pochi giorni, mi mette a disposizione una maglia numero 10 bianco/nera autografata. La butto in valigia e sono in partenza. Anzi, racconto tutto questo e non mi sono reso conto di essere ormai arrivato.
Dall’alto immense distese di verde, interrotte da macchie grigie come cumuli di cenere in mezzo ad un campo da golf. Man-mano che ci si avvicina verso il suolo le auto iniziano a prendere vita e le macchie si trasformano in tetti e poi in giganteschi capannoni. Ad attendermi sul ciglio della strada poco fuori l’aeroporto, trovo Isabela. Ha trent’anni ma ne dimostra il doppio. Ci abbracciamo lungamente, cuore contro cuore, mentre a un metro da terra due occhi neri incorniciati da una frangia color carbone, mi scrutano diffidenti. “Tu devi essere Henrique” -cerco di rompere il ghiaccio- “sei molto famoso in Italia: tutti sappiamo quanto sei tifoso di Alessandro Del Piero…” La bocca si apre in un grande sorriso accompagnando gli occhi che si accendono di gioia. I bambini si assomigliano tutti quando sono felici; poi crescono e si dimenticano di essere stati felici anche con poco …
Isabela si volta ad ammirare suo figlio mentre si scioglie dall’abbraccio, e continuando a guardare il suo sorriso mi dice “Ne ho appena perso uno”. La osservo attentamente cercando di capire se si riferisca ad un orecchino e se il suo sguardo stia frugando per terra. Poi, d’improvviso, fermo i pensieri sul piccolo. “Hai perso cosa ... chi ... Hai perso un bambino?” Prende in braccio il piccolo Henrique e voltandosi verso di me fa un cenno con la testa. “Sì! L’ho perso, ho abortito una settimana fa, il giorno dopo che ci siamo sentiti al telefono.”
Non sono un genio, nè sarebbe necessario esserlo per capire che Isabela mi aveva chiamato per qualcosa che poi è stata la causa del suo dolore. “Lavoro in uno dei tanti capannoni disseminati per il Nicaragua; mi hanno detto che dall’alto sembrano cumuli di cenere lungo la vegetazione, come se un gigante si fosse divertito a ravvivare il tabacco del suo sigaro buttando la cenere in mezzo agli alberi. Ma chi brucia sono le nostre vite dentro i capannoni, dentro le Maquilas, non il tabacco, non il sigaro, le nostre vite e quelle dei nostri figli. Avevo chiesto il permesso di allontanarmi dalla mia postazione di lavoro. La supervisora del reparto aveva continuato a rispondere di no anche se le avevo spiegato che i crampi mi straziavano lo stomaco, che non riuscivo a concentrarmi su quella pila di pantaloni da rifinire.
Ma non c’è stato niente da fare. Continuava a dirmi che il regolamento della John Garment Inc. lo conoscevo bene: 45 minuti di pausa al giorno e nessuna gravidanza, pena il licenziamento. Quando mi precipitai verso il bagno, nonostante fosse lurido, ricordo che la supervisora mi urlò dietro che avrei perso il posto e anche la paga fino a quel momento accumulata. 16 cordova, 1 delle tue monete da 1 euro per 100 pantaloni rifiniti. Poi persi i sensi perché intanto un'emorragia interna stava divorando quella piccola vita che portavo dentro me da sette mesi. So che le mie compagne si sono ribellate al caporeparto che non voleva chiamare i soccorsi, correndo anche loro il rischio di venire licenziate. Arrivai in tempo in ospedale; in tempo per non morire. Ma avevo perso sia il bambino che il lavoro. … ”
E’ un fiume in piena che non riesco e non voglio arginare. La lascio parlare anche a costo di non capire ciò che mi sta dicendo: sono appena arrivato e avrò tempo e modo di mettere ordine nei miei pensieri e nelle sue parole. Ora ho bisogno di una doccia, di qualcosa che riesca a calmare l'appetito e forse di un po' di riposo.
....
Sì, è vero, avrei preferito dormire tutta la notte, ma gli occhi di Isabela avevano deciso di restare lì come a fissarmi nell’anima e le sue parole continuavano a saltarle in gola. Fu così che rimasi ad ascoltarla scoprendo che la realtà delle Maquilas è una delle facce della globalizzazione: quella della brutalità delle cifre. Nelle Maquilas (le fabbriche tessili sud-americane che assemblano prodotti semilavorati importati dai paesi sviluppati, che producono per grandi marchi come Adidas, Gap, Sony e molte altre) Per ognuna di quelle magliette dei Los Angeles Lakers, che si comprano nei negozi Nike a 140 dollari, una maquiladora prende 29 centesimi di dollaro, meno di 650 delle nostre vecchie lire. Il suo salario è lo 0,2 per cento del prezzo di vendita al pubblico, lassù nel Primo Mondo. Turni di 12 ore, la regola del cottimo, l’obbligatorietà degli straordinari non retribuiti, la paga base di 60 centesimi di dollaro l'ora per un totale che oscilla da un minimo di 5 a un massimo di 10 dollari al giorno. 45-50 dollari alla settimana; e mentre penso a come una famiglia possa vivere con 200 dollari al mese, Isabela –a modo suo- mi risponde: “Albatro, ci pagano salari da fame, dicendo che il costo della vita in Messico è basso. Se non fosse che non abbiamo più lacrime per piangere, ci sarebbe da ridere! E tu? Tu che le lacrime le hai, vuoi portare l’eco delle Maquilas dall’altra parte dell’oceano? Riuscirai a far fare una "risata" a qualcuno?: ogni venerdì di paga, attraversiamo il confine per andare a fare la spesa negli Stati Uniti. I generi di consumo di base costano meno che in Messico. Capito? Ci viene detto che le maquilas rinforzano la nostra economia, quando poi consumiamo in quella statunitense. Spiegami Albatro: dov’è il beneficio, per il nostro paese?”
Se non fosse che conosco Isabela da diversi anni, avrei il sospetto di essere davanti a Beppe Grillo e ad una di quelle sue domande alle quali non si sa cosa rispondere. Mi ha preso alla sprovvista. Sono partito con un regalo per suo figlio nella valigia, e invece avrei dovuto informarmi e studiare per provare a rispondere e cancellare questa smorfia da ebete -che sono sicuro anche adesso mi sta attraversando la faccia- quando mi fermo a pensare e non ho soluzioni. E mentre lo penso vorrei dirle che la verità è che noi, abitanti di quello che la forza dell’economia definisce Primo Mondo, viviamo imbevuti in un’orgia di informazioni che ci raccontano il bene e il male che ci vogliono fare conoscere. Così sappiamo che i terroristi ceceni sono esseri sanguinari e spietati, ma si dimenticano di dire che la Cecenia è da anni derisa, saccheggiata, sequestrata, stuprata, rapita, massacrata dai soldati "regolari" russi e che questi hanno -in tutto questo tempo- ucciso oltre 60.000 bambini ceceni. Solo per capire; non per giustificare. Amplificano mezze verità strombazzate da luminari che vogliono farci credere che il 30% dei tumori nell’uomo sono causati dalla cattiva alimentazione, mentre quelli causati dall’inquinamento atmosferico sono al massimo il 4%, ma nessuno pensa di raccontare che il proprietario di 3 dei 4 maggiori giornali italiani è la FIAT, e che, insieme alle altre case automobilistiche, è tra i migliori clienti in termini di investimenti pubblicitari oltre ad essere tra i più importanti finanziatori dell’Istituto Europeo di Oncologia. Sappiamo che l’Unione Europea vuole regolamentare l’importazione dei prodotti tessili Made in China, ma si dimenticano di dire che fino all’altro giorno la Commissione Europea chiedeva attraverso un sondaggio se si volesse essere informati sul paese di provenienza delle merci che acquistiamo. Qualunque paese, anche il SudAmerica patria delle Maquilas. Ma sono pensieri che volano e mi portano lontano da qui, mentre avrei voluto dirti che molti di noi non sanno -e se anche sanno preferiscono non sapere, o le loro cristallizzate convinzioni potrebbero andare in frantumi sotto l'urto della verità- dell’esistenza delle Maquilas.
.....
Ritorno sui miei passi e trascinando una sedia davanti a quella nella quale Isabela è seduta da qualche minuto, finalmente distratta dal piccolo Henrique che gioca correndo dietro una palla azzurra e vestito con la maglietta del suo idolo juventino. “Del Piero … Del Piero …. tiro …. goooooooooolllll !!!” Grida dopo avere scambiato le gambe della mia sedia con la porta nella quale segnare. Da seduto provo a recuperare la palla facendo due palleggi che si spengono sotto l’armadio vicino; mi alzo per provare a recuperare alla pessima figura mentre il piccolo messicano sghignazza divertito e mima il mio gesto da goffo calciatore. Isabela lo guarda piena di amore e sembra felice della felicità di suo figlio; fino a quando non rincomincia a parlare trasformando anche l’aria che respiriamo. “Nelle fabbriche maquiladoras si violano continuamente i diritti umani. Sono enormi centri di lavoro simili a campi di concentramento. Siamo obbligate a lavorare giornate estenuanti per salari miserevoli. Non c'è libertà neppure per andare al bagno ed esiste un severo sistema di sicurezza armata. Centinaia di ragazze sono obbligate a prendere anticoncezionali per evitare le gravidanze e si nega il diritto della libera sindacalizzazione. La mia prima esperienza nelle maquilas, nel ’90, fu con la Johnson & Johnsons; poi con una fabbrica per la quale cucivamo indumenti per le sale operatorie. L’ambiente e l’aria dove lavoravamo erano completamente blu, per il colore dei materiali che maneggiavamo. Blu erano anche i nostri nasi, gli occhi, la bocca. Chiedevamo delle maschere e non ce le davano, chiedevamo migliori condizioni di lavoro e ci dicevano che dovevamo essere competitivi, perché la concorrenza -la Procter & Gamble- ci avrebbe distrutto. Quando, nonostante gli sforzi, chiusero la fabbrica, ci lasciarono senza gli ultimi stipendi. Poi arrivò la Sony. Assemblavamo audiocassette e le restituivamo al paese di origine. Negli anni, si passò velocemente ai video, ai floppy disk, ai CD. Da 29 lavoratrici diventammo 2.000. E fu proprio in questo periodo che iniziarono a nascere bambini con deformazioni congenite: nascevano senza cuoio capelluto o con la spina bifida. Ci dicevano che era per un problema genetico e per mancanza di acido folico. Ma i pochi medici che passano da queste parti ci dicono che i nostri frijoles, i fagioli alimento base della cucina dei poveri, sono invece ricchissimi di questa sostanza … uno di loro, un francese, qualche tempo fa organizzò un incontro durante il quale avrebbe dovuto spiegarci i motivi per i quali i nostri figli nascevano in quelle condizioni … ma noi lavoratori venimmo minacciati nelle nostre case. Terrorizzati nessuno si presentò all'incontro e di quel medico non abbiamo saputo più nulla.”
Ho bisogno di respirare aria nuova e quando apro la finestra ho la sensazione di fare un tuffo al contrario: dall’acqua verso il cielo, azzurro e sgombro di nuvole che rompeva il suo orizzonte sopra un campo rosso e bianco, di pomodori e cotone che, da laggiù, porta i suoi colori fin sotto la strada a pochi metri dalla casa. Henrique continua la sua partita solitaria e questa volta immagina che il portiere avversario sia sistemato proprio in mezzo alla finestra nella quale sono affacciato. Sento un sibilo leggero passare accanto al mio orecchio destro mentre il pallone guadagna l’uscita rimbalzando per strada. Ne approfitto e apro la porta per andare a recuperare uno dei pochi giochi che riesca a dare una pennellata di colore a quella casa. Isabela asseconda il mio gesto e mi segue fuori mentre Henrique si materializza sulla breve scala che porta giù, nella passeggiata di quel quartiere povero.
“Avevo un’amica, Albatro. Si chiamava Wendy aveva 26 anni, una madre anziana e due figli a carico, nessun marito e lavorava in una delle Maquilas della Levi’s controllate da managers taiwanesi e coreani che le gestiscono con quello stile militaresco tipico dei valori asiatici. Sopportava il caldo a 35 gradi, i turni di 12 ore e le 200 etichette che doveva cucire ogni ora. Ma non quel coreano le toccava il culo e le urlava nelle orecchie di andare più in fretta. Un giorno ha protestato e il coreano non ha voluto rinunciare a quelle chiappe, così l’ha trasferita al taglio e al colore del cotone e già dopo qualche settimana doveva continuamente andare dal medico per farsi togliere i microscopici pezzi di stoffa che si accumulano negli occhi e nel naso. Ha iniziato a soffrire di sinusite, poi la tosse mentre gli occhi si chiudevano dietro una crosta cisposa. Quel bastardo non la lasciava perdere e la perseguitava palpeggiandola dappertutto. Wendy era disperata e non osava protestare ancora. Così un giorno il coreano l’ha seguita in bagno e l’ha violentata dopo averla picchiata a sangue. Poi le ha detto che se ne avesse parlato con qualcuno l’avrebbe licenziata. Wendy era molto bella, Albatro, e per la sua bellezza avrebbe meritato un bravo marito che la difendesse. Invece le è costata schifose, ripetute attenzioni di quel merdoso che alla fine, dopo averla stuprata decine e decine di volte ha scoperto che Wendy era rimasta incinta. Ma la maternità non è tollerata nelle Maquilas e Wendy quello stesso giorno è stata licenziata. Non è riuscita a trovare la forza di vivere neanche nella disperazione del pianto dei suoi figli né nella speranza della vita che le cresceva nel ventre e dopo un mese si è tagliata le vene. Ebbi il tempo di piangerla per meno di un’ora. Poi il suo corpo scomparve dall’ospedale nel quale qualcuno l'ha portata nella speranza di salvarla, e non venne mai più ritrovato. Si disse che Wendy andò ad arricchire il listino di un trafficante d’organi.”
Ho il respiro corto, gli occhi lucidi e mi sorprendo con lo sguardo verso terra quasi volessi scavarci un fosso per seppellire il suo dolore e la mia rabbia impotente. Isabela invece è una maschera e mi convinco che mi abbia detto la verità quando ha confessato di non avere più lacrime: deve avere visto l’inferno e il suo pianto si deve essere asciugato con il calore delle fiamme.
Vorrei prendere per il bavero ogni industriale che lucra sfruttando questa gente e vendicarli uno per uno, o prendere tutte le Isabela e gli Henrique del mondo e portarli via da qui … “Albatro” – mi interrompe ancora come se fosse capace di leggere nei miei pensieri – “io non ho cercato vendetta neanche quando una delle mie capo reparto contribuì a uccidere il mio secondo figlio, e voglio rincominciare qui, nella mia terra, insieme a mio figlio: ho braccia forti, voglia di vivere e migliorare. Io ho solo bisogno che si parli delle Maquilas, delle condizioni nelle quali siamo obbligati a lavorare e del fatto che su molte delle magliette, dei jeans alla moda o del carbone che brucia nei vostri barbecue, può esserci una piccola goccia di sangue di uno di noi. Vorrei che tu dicessi che quando si entra nei negozi sarebbe bene informarsi sulla provenienza di quello che si acquista, sarebbe bene parlare con il negoziante e fare crescere questa coscienza e aumentare la pressione sulle multinazionali perché si assumano le proprie responsabilità riguardo le violazioni dei diritti umani, e costringere i governi –oggi colpevolmente silenziosi e complici- a considerare positivamente una legge che, per esempio, preveda che buona parte dei mezzi di produzione debbano essere prodotti qui, nei paesi del Sud-America dove le Maquilas crescono e scompaiono come funghi. E che perciò si aumenti il numero di posti di lavoro specializzati e, di conseguenza, istruiti.”
Ho trascorso un altro giorno in compagnia di Isabela e di suo figlio Henrique, e quando sono ripartito per tornare a casa ho avuto la certezza di lasciare lì con loro un pezzo di me. Non so se perchè non sono riuscito a toglierli da quella situazione o perchè ho la certezza che presto tornerò da loro.
Ormai ho superato i quarant'anni da otto, lasciando dietro di me un lungo periodo vissuto in apnea e purtroppo qualche amico e un pezzo di cuore. E ora, mentre rifletto su ciò che ho fatto e su ciò che non ho potuto fare, sono qua che mi interrogo su cosa succederà adesso.


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permalink | inviato da albatroferito il 13/7/2011 alle 10:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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