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"Un popolo che non ha la dignità, il coraggio e l'onore di ribellarsi, non ha il diritto di lamentarsi."
(A.F.)

"I colori sono parole che non sanno scrivere."
(A.F.)

"Il grande problema della comunicazione è che non si ascolta per capire, ma per rispondere."
(A.F.)

"Non si scende all'Inferno con le pantofole di velluto."
(A.F.)

"La maggior parte delle persone non vuole conoscere la verità ma vuole soltanto essere continuamente rassicurata che quello che già crede, sia vero."
(A.F.)
 

"Quando si ha qualcosa da dire non bisogna tacere. Ma quando non si ha niente da dire è inutile parlare. E farlo sarebbe ridicolo."
(A.F.)
 

"L'ironia è l'ipotenusa del lato intelligente di una persona. Di base, ce l'ha solo chi è all'altezza."
(A.F.)
 

"La storia sarà un'inutile maestra di vita, se continuerà ad avere davanti a sè allievi distratti e disinformati."
(A.F.)

"Il giusto, altro non è che l'utile del più forte"
(Trasimaco) 

"Il cuore ha ragioni che la ragione non può comprendere"
(Pascal)

"Ho capito che puoi avere gli ideali più nobili del mondo, ma alla fine quello che resta sono i vecchi giochi cinici del potere, il sapore del sangue, il gusto della vittoria, l'umiliazione della sconfitta.
Ho capito che, al mondo, nessuno è innocente."
(Enzo Baldoni)

"La mia salvezza è che non capisco bene cosa mi succede intorno, e passo attraverso la vita come un nottambulo sul cornicione, senza farmi male."
(Jacopo Fo)
 



 


 

Madre
8 settembre 2011

Io non so dirti come guardare le stelle, ma posso raccontarti del mio cielo di dentro.
Un giorno, da piccolo, l'ho visto morire in un soffio d'aria negata.
Giocavo a trasformare un oggetto in un altro che immaginavo. Così un foglio diventava una zattera, un mandarino un'isola deserta, un soldatino scintillante il suo unico abitante e quattro penne rosse raggi di sole.
Poi mi capitò tra le mani un gioco per fare la guerra tra bimbi; non lo amavo e provai a trasformarlo in musica: soffiando produceva un suono sempre uguale, ma cercandone altri raccolsi aria e inspirai giù nel profondo. La morte di plastica mi ha stretto la gola e un attimo dopo l’ho vista con le labbra deformi, come solo chi ha perso l’amore sa fare. Intanto morivo, soffocando lentamente.
E’ stata un’adolescente incoscienza che mi ha mantenuto vigile, la forza d’amore di quella donna ad avvolgermi in un tempo che allontanava minuti e accumulava calore, cullandomi in gesti che a tutti sembravano inutili tranne che a noi. Dopo l’uomo con la luce sul capo mi ha restituito alla vita.
In un dialogo scritto negli occhi ci dicevamo grazie l’un l’altro: avevamo sfidato le cose, ognuno a suo modo e l’amore ci strappava alla morte.
E’ forse allora che deve esserti venuta l’anima di quell’essenza che nutri in parole e silenzi.
Amo quelle braccia che ancora oggi scelgono me per volare; adoravo la tua giacca blu che sapeva di chanel e tabacco. Se non potevi ascoltare le parole venivi a leggere i miei segni; quaderno e penna nella destra, la sinistra era per te. Dovunque andassi prima ancora di imparare l’alfabeto. Eppure scrivevo: erano onde che camminavano basse, poi improvvisamente si impennavano; intuivo il significato del punto e a capo e lo usavo. Ecografia bambina incomprensibile a tutti, tranne che a te. Col tempo ho imparato l’alfabeto e ho cominciato a nascondere onde tra le righe.

E lascio che le dita di oggi ti parlino, libere di essere, lettere si rincorrono; poi si danno la mano. Nessun carattere stampato, né piccolo né tantomeno maiuscolo; quello mi è cordialmente antipatico: si impongono segni presuntuosi, ognuno per proprio conto, contendendosi spazio comune. Libero così la mia barca di corsivi.
Mesi e mesi la tua ha navigato per mari aperti, urtando scogli si è arenata su fondali troppo bassi, ha perso la rotta rischiando di naufragare per sempre. Ma sempre, ogni volta, l’acqua consegnava una nuova parola, dimenticata: soffiava nel blu e dava la forza di riprovare.
Senza fretta una “a” si svegliava per prima e dolce richiamava gli altri: le sue braccia sollevavano feriti e accudivano i più piccoli; nasceva sulle labbra una emme, o naturale correva alla erre. Sorrideva la esse: in lei i suoni che univano.
Le “t” le “r” le “p” d’incanto ritrovavano forza sostenendo i suoni più fragili: tenendosi per mano hanno fatto vela a se stessi e hanno ripreso a viaggiare, spesso contro corrente.
Oggi solitaria avanza sull’acqua; ogni tanto incontra altre barche: ci si saluta, a volte, si piange. Ma si riprende a solcare il lago di dentro.
E’ la cosa più bella: non si è soli e lo senti.
Da lì, da quello spazio d’incanto, magicamente un foglio candido si distende sull’acqua: naviga libero come vuole. Lo vedo lontano e gli sorrido: scivola in superficie, poi si richiude in se stesso e si fa sasso che cade sul fondo; ma risale sempre e si distende di nuovo ad ascoltare il suo stesso respiro.
Da qui vedo avanzare il suo infinito candore; si consegna all’acqua e si avvia solitaria sulla scia dorata del sole, un attimo prima di salutare.
Una barca sa cosa cerca: prova a chiedere alla tua, sai già la sua lingua di onde: che sia isola deserta o sole, ti saprà rispondere.
Un soldatino di stagno, ammira immobile.


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permalink | inviato da albatroferito il 8/9/2011 alle 19:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
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